Not in my wallet

Il disegno di legge sul lavoro è una tappa – certo non l’ultima – verso la liberalizzazione di questo mercato decisivo. Ma tale passo in avanti si accompagna, nel progetto dell’esecutivo, al ricorso alla fiscalità per finanziare la riforma stessa. Infatti la copertura delle spese per le nuove indennità di licenziamento, che oscillano attorno ai 2 miliardi di euro annui, viene garantita con aumenti cervellotici delle imposte.
16 AGO 20
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Il disegno di legge sul lavoro è una tappa – certo non l’ultima – verso la liberalizzazione di questo mercato decisivo. Ma tale passo in avanti si accompagna, nel progetto dell’esecutivo, al ricorso alla fiscalità per finanziare la riforma stessa. Infatti la copertura delle spese per le nuove indennità di licenziamento, che oscillano attorno ai 2 miliardi di euro annui, viene garantita con aumenti cervellotici delle imposte. Spicca fra queste trovate fiscali la riduzione al 5 per cento della tradizionale detrazione del 15 per cento per i proventi dell’affitto degli immobili, ai fini della loro tassazione con l’imposta personale sul reddito, per chi non sceglie la “cedolare secca”.
Da tempo immemorabile vige la percentuale attuale, anche perché si reputa che di questa dimensione relativa sia la spesa media per la manutenzione e la gestione di immobili civili. Non risulta che i costi in questione siano diminuiti. La sola ragione per modificare questa regola consolidata, violando il principio di certezza dei tributi, è il bisogno di raccogliere un gettito, comunque sia. Analogamente arbitraria è la norma che riduce gli sconti fiscali sulle cosiddette “vetture aziendali”, oppure quella in base alla quale la deducibilità dei contributi sanitari obbligatori per l’assistenza erogata nell’ambito del servizio sanitario, versati con il premio di assicurazione di responsabilità civile per i veicoli, si applicherà solo agli importi superiori ai 40 euro. E che dire della tassa di due euro sui biglietti aerei, in aggiunta a quella dovuta ai comuni, in cui si trovano gli aeroporti, che viene destinata all’Inps per il nuovo Fondo per le indennità di licenziamento?
Ma allo stato italiano – è la tesi predominante a Palazzo Chigi – servono soldi per finanziare la liberalizzazione del mercato del lavoro e quindi questi soldi li prenderà dove capita. Ma a meno di voler strangolare definitivamente la ripresa economica, l’automatismo “servono risorse-si alzano le tasse” va interrotto, ovviamente attraverso il taglio di spesa pubblica, a partire da quella più improduttiva. Sul Web, giustamente, c’è già chi si chiede con un pizzico d’ironia: riuscirà qualcuno dei nostri eletti alla Camera o al Senato a fare proposte per trovare 2 miliardi di risparmi l’anno, all’interno di una spesa pubblica che complessivamente supera gli 800 miliardi di euro? La missione non appare impossibile.